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1. Introduzione
Il quarto incontro formatori coincide quest’anno con il secondo anno della proposta della C.E.I. denominata “agorà dei giovani italiani”. Questo incontro stabilisce in continuità con il progetto diocesano di pastorale giovanile una nuova considerazione circa la missionarietà dei centri giovanili delle nostre realtà ecclesiali e la loro capacità di “estromettersi” dai contesti ecclesiali per acquisire nuovi linguaggi che siano in grado di comunicare l’attualità del messaggio cristiano, e la bellezza del volto di Cristo. La nostra diocesi sì è impegnata su diversi fronti attraverso alcune azioni concretre del nostro ufficio diocesano. La creazione di una rete che coinvolga la parrocchia con il suo centro giovanile o con l’oratorio, le scuole pubbliche , le associazioni di volontariato e le amministrazioni locali per creare tavoli di cittadinanza attiva e democratica, favorendo così ad un tempo la partecipazioni dei giovani alla costruzione di un loro futuro e “forzando” il mondo della comunità adulta società civile e politica a stare insieme a favore dello sviluppo delle nuove generazioni. La tensione verso questa nuova dimensione di servizio a giovani non può essere disattesa dai formatori (presbiteri e Laici) che rischiaro di sclerotizzare la presenza dei giovani in parrocchia o in oratorio facendoli sembrare giovani inadeguati al contesto moderno. La dimensione educativa dei centri giovanili dei movimenti ecclesiali, degli oratori e delle parrocchie è segnata dalla testimonianza effettiva di giovani capaci di raccogliere le istanze del mondo contemporaneo e coniugarle con il messaggio cristiano. Così infatti nel I sussidio diocesano per i formatori abbiamo individuato questa idea facendola divenire programma:
La dimensione educativa che orienta tutte le attività in parrocchie è strettamente dipendente dalla figura del formatore-testimone […]. Che suscita nell’altro la domanda: “ma perché lo fai?”. Questo interesse non cercato, ma suscitato nei ragazzi, è forse la chance più preziosa della testimonianza in parrocchia e fuori dai reciti dell’oratorio. Per rispondere alla breve domanda, magari buttata li tra un pallone e una chiacchierata, non è così semplice, perché significa attraversare un’intera vicenda personale e scoprirvi tre sentimenti inattesi: la riconoscenza, la responsabilità e la pazienza. […] Essere testimoni significa, anche, farsi carico degli altri, cioè sentirsi responsabili, portatori dei pesi altrui, non solo dei propri. Questa responsabilità non si ferma all’interno dei cortili dell’oratorio e della parrocchia ma è una sensibilità preziosa da mettere al servizio di tutta la società civile per rinnovare il compito educativo. Infine la fiducia nei ragazzi che si incontrano e con cui si vive nel tempo libero e nella scuola richiede un’incredibile pazienza che chiede di rispettare la libertà di chi si ha di fronte, senza disinteresse.1
Il Progetto educativo non può essere nella testa di una sola persona (i direttori diocesani, l’equipe dell’ufficio); purtroppo questa è la situazione maggiormente diffusa nella nostra diocesi, come nelle nostre parrocchie. È pertanto necessario stabilire un momento di confronto sereno capace di individuare i percorsi educativi con obiettivi realizzabili partendo dalle risorse che ciascuno ha valorizzandole per il loro contributo specifico.
2. L’urgenza di uscire allo scoperto.
Durante la veglia dei giovani a Loreto, il papa ha avuto parole chiare circa il modo di concepire la chiesa del nuovo millennio, i movimenti ecclesiali e le parrocchie in ordine all’incontro con la società e le molteplici istanze che provengono da essa:
Sì c’è speranza anche oggi, ciascuno di voi è importante, perché ognuno è conosciuto e voluto da Dio e per ognuno Dio ha un suo progetto. Dobbiamo scoprirlo e corrispondervi, perché sia possibile, nonostante queste situazioni di precarietà e di marginalità, realizzare il progetto di Dio su di noi. Tutto sembra concentrato nei grandi centri del potere economico e politico, le grandi burocrazie dominano e chi si trova nelle periferie realmente sembra essere escluso da questa vita. Allora un aspetto di questa situazione di emarginazione di tanti è che le grandi cellule della vita della società, che possono costruire centri anche nella periferia, sono frantumate: la famiglia, che dovrebbe essere il luogo dell’incontro delle generazioni - dal bisnonno fino al nipote - dovrebbe essere un luogo dove si incontrano non solo le generazioni, ma dove si impara a vivere, si imparano le virtù essenziali per vivere, è frantumata, è in pericolo. Tanto più noi dobbiamo fare il possibile perché la famiglia sia viva, sia anche oggi la cellula vitale, il centro nella periferia. Così anche la parrocchia, la cellula vivente della Chiesa, deve essere realmente un luogo di ispirazione e di vita e di solidarietà che aiuta a costruire insieme i centri nella periferia. E, devo qui dire, si parla spesso nella Chiesa di periferia e di centro, che sarebbe Roma, ma in realtà nella Chiesa non c’è periferia, perché dove c’è Cristo, lì c’è tutto il centro. Dove si celebra l’Eucaristia, dove c’è il Tabernacolo, c’è Cristo e quindi lì è il centro e dobbiamo fare di tutto perché questi centri vivi siano efficaci, presenti e siano realmente una forza che si oppone a questa emarginazione. La Chiesa viva, la Chiesa delle piccole comunità, la Chiesa parrocchiale, i movimenti dovrebbero formare altrettanti centri nella periferia e così aiutare a superare le difficoltà che la grande politica ovviamente non supera e dobbiamo nello stesso tempo anche pensare che nonostante le grandi concentrazioni di potere, proprio la società di oggi ha bisogno della solidarietà, del senso della legalità, dell’iniziativa e della creatività di tutti. So che è più facile dirlo che realizzarlo, ma vedo qui persone che si impegnano perché crescano anche nelle periferie centri, cresca la speranza, e quindi mi sembra che dobbiamo prendere proprio nelle periferie l’iniziativa, bisogna che la Chiesa sia presente che il centro del mondo Cristo sia presente. Abbiamo visto e vediamo oggi nel Vangelo che per Dio non ci sono periferie.2
Alla luce di queste provocazioni che provengono dalla spianata di Montorso, la chiesa diocesana è impegnata ancora di più a fare della periferia della società il centro. Questa periferia non è determinata dalla geografia dei dodici comuni della nostra città, ma dallo stile spesso deresponsabilizzante del potere amministrativo ed economico tutto autocentrato e incapace di avvicinare le nuove generazioni rendendole periferiche rispetto alla partecipazione attiva e democratica della città. I giovani dei centri ecclesiali hanno la necessità di imparare l’alfabeto della “imprenditoria sociale”, che mette in gioco potenzialità e risorse umane dentro una rete cittadina di realtà concrete al fine di stabilire la reale e concreta partecipazione alla costruzione della società. La testimonianza cristiana va coniugata nella continua ricerca del bene comune, diversamente rischia di divenire auto-celebrativa ed auto-referenziale. Attrezzare i nostri giovani all’impegno faticoso del dialogo, alla passione per la ricerca sempre e ad ogni costo per il bene comune è compito urgente di tutti i formatori.
2. la missione …una scelta di fede e di solidarietà
Di questo compito tratta il sussidio proposto a voi formatori per il cammino pastorale di quest’anno.
Che cosa è la testimonianza e l’annuncio del Vangelo di Gesù se non un «chiamare alla fede» gli uomini e le donne che incontriamo nel tessuto vivo e concreto delle nostre relazioni quotidiane, sia nelle nostre diverse comunità, sia negli ambienti più vari della nostra vita sociale? E il «chiamare alla fede» non è ordinato alla trasmissione della fede di generazione in generazione?
L’evangelizzazione è una missione non mai conclusa, sino a che, nel mondo, ci sarà anche un solo spazio nel quale il Vangelo non è risuonato e una sola persona alla quale il Vangelo non è stato ancora annunciato. È questa la consegna di Gesù risorto: «Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura» (Marco 16, 15)! È una missione permanente. Tocca anche il “qui e ora” che stiamo vivendo: la nostra Chiesa di Piazza Armerina e la nostra società civile, il nostro tempo. È una missione che coinvolge tutti, nessuno escluso. Li coinvolge come destinatari – lo sono anche i credenti in Cristo – e, insieme, come soggetti attivi e responsabili. Tutti i discepoli di Gesù, nella varietà e complementarietà dei doni e delle responsabilità ricevuti dal Signore, sono in un certo senso «servi di Dio» e «apostoli di Gesù Cristo».
In particolare, la missione evangelizzatrice raggiunge tutti e ciascuno di noi e si dispiega nel nostro “oggi”, nella trama fitta e complessa delle condizioni e situazioni attuali, che intaccano, in termini profondamente nuovi, sconvolgenti e promettenti a un tempo, il processo della comunicazione del Vangelo e della fede cristiana. Siamo veramente di fronte non a una delle questioni pastorali, sia pure importante o importantissima, ma alla questione centrale, in un certo senso unica e decisiva: l’evangelizzazione e la fede sono il “punto fermo” della Chiesa. Fermo, perché senza Vangelo e senza fede non c’è salvezza. Fermo, perché oggi l’annuncio del Vangelo e la trasmissione della fede si scontrano con difficoltà sociali e culturali in un certo senso inedite rispetto al passato e, in qualche modo, – parrebbe di dover dire – insormontabili.
Il percorso è chiamato “diocesano”, per mettere in risalto che il cammino non è individuale, ma è comune-comunitario-ecclesiale. È l’intera Chiesa locale-diocesana, in tutte le sue articolazioni e nella diversità e reciprocità dei doni e compiti elargiti dallo Spirito, che è chiamata a camminare, a camminare insieme: una testimonianza di comunione, questa, anche come condizione di credibilità e come forza di efficacia per l’unica e indivisa missione di annunciare e vivere il Vangelo. Questo esige da tutti i soggetti pastorali – dagli organismi centrali della Diocesi alle parrocchie, dalle diverse realtà aggregative alle famiglie, dai molteplici “operai del Vangelo” alle singole persone –, da un lato, la condivisione del cammino e di quanto in esso si va sperimentando e, dall’altro lato, l’accoglienza cordiale ed effettiva della proposta autorevole della comunità cristiana.
È chiaro oramai il contenuto fondamentale del Percorso pastorale diocesano di quest’anno: la testimonianza e l’annuncio del Vangelo, la trasmissione della fede nelle attuali condizioni religiose della nostra Chiesa e società, attraverso la socialità delle nostre relazioni poste in rete.
L’itinerario parte dal I convegno per formatori di Pastorale giovanile realizzatosi nella nostra chiesa nel nell’ottobre del 2004 quando abbiamo pensato ed elaborato un progetto caratterizzato dalla volontà di collocare la chiesa dentro uno spazio dialogico capace di interagire con le nuove generazioni (competenza), senza esitare nel proporre strade alternative (coraggio), e inventando un nuovo volto per manifestare la volontà di non disattendere l’orizzonte dei bisogni dell’uomo e dell’esigenza del vangelo. L’agorà dei giovani italiani, un progetto della chiesa italiana per i tre anni (2007-2008-2009), non ha distolto il cammino iniziato ma ha favorito una più larga partecipazione di giovani agli eventi dando forza alle iniziative intraprese a carattere diocesano. Il Meeting diocesano con le famiglie gli universitari e i ragazzi delle scuole, assieme ai forum cittadini hanno permesso di focalizzare il tema comunitario o meglio l’intenzionalità del percorso diocesano. L’ufficio diocesano ha poi messo a disposizione diversi strumenti, come ad esempio il sito web www.pastoralegiovanile.org ; il sussidio per gli operatori di pastorale giovanile -2007- con le linee pastorali del progetto educativo attraverso il metodo dei laboratori e la proposta di contenuti per concepire l’idea di un programma di pastorale giovanile “attualizzato”; la creazione di consulte per responsabilizzare i giovani della comunità locale incentivando la partecipazione attiva di sacerdoti; gli eventi già ricordati, divenuti ormai una prassi consolidata della nostra chiesa; l’apertura di sportelli Meter per la promozione e difesa dell’infanzia; la GMGdi Colonia e la giornata nazionale di Loreto con una partecipazione considerevole della nostra diocesi: a Colonia i nostri giovani erano circa 200, e a Loreto abbiamo raggiunto la quota di 300. Dati alla mano!
Dall’ascolto all’annuncio, perché le periferie diventino centri di solidarietà e di giustizia.
La seconda tappa (2007-2008) – sarete miei testimoni – considera la Chiesa quale comunità dei credenti. Gesù Cristo, con il dono dello Spirito, ama e si dona alla Chiesa sua Sposa e suo Corpo. Così la salva e, nello stesso tempo, la costituisce sua collaboratrice nell’opera di salvezza. Essa, per prima, riceve da Cristo il Vangelo e la fede e, a sua volta, predica il Vangelo e trasmette la fede agli uomini. Ma la Chiesa, nella fedeltà che deve a Cristo suo Signore e nella creatività che le infonde lo Spirito, come può e deve svolgere, nelle mutate condizioni attuali, la sua missione evangelizzatrice? È un interrogativo che non può non scuotere ogni comunità cristiana e ogni credente!
È l’ora di “affidare” questo Percorso pastorale diocesano a tutti, di “chiamare” tutti a compierlo e a viverlo. È Cristo, lui solo, che chiama e manda ad annunciare il Vangelo con la vita e la parola: Mi sarete testimoni!
La chiamata del Signore, passa anche attraverso l’umiltà e la concretezza degli strumenti proposti. E “strumento” è questo sussidio. Proprio perché “strumento”, esso trova senso e valore nel porsi al servizio del “caso serio” dell’evangelizzazione e trasmissione della fede nelle attuali condizioni sociali-culturali-ecclesiali. Trae, cioè, il suo senso e il suo valore dal “fine” che lo comanda, quello di rinnovare lo slancio missionario della nostra Chiesa, di impegnarci tutti – comunità, realtà aggregative, famiglie e singole persone – a rendere più luminoso e affascinante il volto missionario della chiesa di Piazza Armerina
Nel fare questo discernimento, dobbiamo certamente cogliere la serietà, anzi la drammaticità del momento che stiamo vivendo. Sono davvero numerose e gravi le difficoltà e le fatiche che oggi mettono in evidenza quasi solare come l’evangelizzazione e la trasmissione della fede costituiscano, in termini sempre più pesanti, il “caso serio” della Chiesa. Ma, proprio per questo, il «Mi sarete testimoni» di Cristo risorto (Atti 1, 8) manifesta oggi tutta la sua urgenza e domanda il massimo di impegno. Sì, di impegno evangelico: di im-pegno, cioè, che trova la sua originalità nella fiducia e nella serenità. Dobbiamo e possiamo essere fiduciosi e sereni perché, pur in mezzo ai profondi cambiamenti che caratterizzano la nostra epoca, condividiamo l’atteggiamento della Chiesa che «crede… di trovare nel suo Signore e Maestro la chiave, il centro e il fine di tutta la storia umana» e «afferma che al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte cose che non cambiano», in quanto «trovano il loro ultimo fondamento in Cristo, che è sempre lo stesso: ieri, oggi e nei secoli (cfr. Eb 13, 8)» (Gaudium et spes, 10). La nostra fiducia e la nostra serenità affondano le loro radici nella certezza che – anche nei pur grandi e formidabili cambiamenti che riguardano l’uomo, la sua identità e la sua esistenza – c’è qualcosa che rimane immutato e immutabile nel variare dei tempi, delle circostanze e dei luoghi. E questo “qualche cosa” è l’uomo, con le domande di senso che porta dentro di sé e che riaffiorano anche quando vengono compresse o addirittura negate. Immutato e immutabile rimane, soprattutto, Cristo Signore, “fondamento” vivo e personale di ogni nostra speranza. Rimane Cristo con la sua incontrovertibile assicurazione: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo» (Matteo 28, 20). E con «la potenza della sua risurrezione» (Filippesi 3, 10). Rimane allora immutata e immutabile la pretesa del Vangelo – una pretesa non arbitraria ma fondata sulla verità della creazione – di offrire all’uomo di oggi e di domani la risposta autentica e definitiva, che è Gesù Cristo vero uomo e vero Dio, rivelazione piena del mistero di Dio e del mistero dell’uomo.
Dobbiamo e possiamo essere fiduciosi e sereni anche perché non partiamo da zero. Di fronte al mutare del contesto culturale e dell’influsso che tale cambiamento ha sulla situazione e sulla trasmissione della fede, rimangono vivi e vitali alcuni atteggiamenti e prassi pastorali. Anzi, è già in atto, almeno in qualche misura, quella “conversione pastorale” che ci si presenta come particolarmente urgente e non rinviabile. È vero che non mancano momenti e situazioni di pigrizia, di stanchezza, di stagnazione e di immobilismo, ma è altrettanto vero che, nella maggior parte dei casi, non mancano buona volontà e lodevoli tentativi di innovazione. La nostra situazione può essere paragonata a quella delle sette Chiese di cui parla l’Apocalisse (cfr. Apocalisse 1-3). Sì, ci sono anche tra di noi concezioni e mentalità incompatibili con la vera tradizione cristiana. Non mancano sintomi preoccupanti di mondanizzazione, di perdita della fede primitiva e di compromesso con la logica del mondo. Anche delle nostre comunità si può dire che, a volte, hanno «abbandonato» il loro «amore di prima» (cfr. Apocalisse 2, 4). Ma, insieme, si può e si deve dire che non tutto è perduto: c’è ancora qualcosa che rimane e chiede di essere ripreso, riscoperto, valorizzato e rinvigorito. È qualche cosa che la potenza salvifica di Gesù sa assumere e rendere partecipe della sua vittoria (cfr. Giovanni 16, 33). In questo senso, mentre coltiviamo atteggiamenti di serenità e di fiducia, sentiamo rivolta anche a noi la parola di Gesù che ci invita a conversione e a nuova responsabilità: «Svegliati e rinvigorisci ciò che rimane e sta per morire» (Apocalisse 3, 2). Nel dilagare delle novità c’è, dunque, da rimanere fedeli alla tradizione che risale alle origini. C’è da tornare alla fede e allo slancio di un tempo. C’è da affrontare senza paura le difficoltà e le fatiche. C’è da affidarsi con umiltà grande a Dio, nella certezza di trovare in lui la grazia per la conversione e la forza per il cambiamento, oltre che l’alleato più interessato e fedele perché il Vangelo sia testimoniato e annunciato in tutto il mondo e a ogni persona.
Da tutto questo nasce, urgente, il bisogno di dare vita a un nuovo risveglio missionario, di rispondere con rinnovato ardore alla vocazione apostolica e missionaria, che il Battesimo ha stampato indelebilmente nel cuore del nostro essere. È lo stesso discernimento sulla situazione a indicarci questa strada come quella da percorrere. Se oggi si è “pienamente” consumata la rottura tra Vangelo e cultura, ciò non significa affatto che tale rottura si è consumata “irrimediabilmente” e “definitivamente”. Anzi, è proprio la consumazione di questa rottura a esigere un’instancabile e rinnovata scelta missionaria. A chiedere, cioè, che il Vangelo sia sempre più interpretato, testimoniato e annunciato come l’unica realtà capace di plasmare e cambiare la cultura – ogni cultura, compresa quella oggi dominante –, liberandola dalle sue secche e rendendola vera perché autenticamente e pienamente rispondente alla dignità della persona umana e alla genuina identità del mondo e della storia. Proprio perché oggi il mondo sembra essere sordo e chiuso all’annuncio del Vangelo, occorre ridire questo stesso Vangelo con più forza e con più convinzione. E con più entusiasmo! Occorre farlo per amore di Dio e per amore vero a questo mondo e a quanti lo abitano.
2.1 la missione nella comprensione dei centri giovanili delle associazioni e dei movimenti ecclesiali.
2.1.a Passare da una concezione soggettiva della fede a una concezione dialogica.
Ridire Cristo alle nuove generazioni è un atteggiamento importantissimo con cui le realtà ecclesiali si dispongono a intraprendere questo affascinate percorso di annuncio e solidarietà. A questo deve succedere uno stile, appunto pastorale, che permette a quest’ annuncio di divenire comprensibile e compatibile con i bisogni e le attese degli uomini. Un annuncio deve essere incarnato, o per meglio dire contestualizzato, a partire dalle categorie e dalle urgenze degli uomini e delle donne, veri segnale questi, che ci permettono di entrare in empatia con gli altri. A tale proposito i vescovi già ricordavano in un documento “manifesto” della pastorale giovanile:
“Ponendo Cristo al centro della sua persona, vivendo in continua relazione con la comunità, assumendosi le piccole e grandi responsabilità della storia, il giovane matura una nuova figura di credente, caratterizzato da autentica spiritualità laicale, che vede nel compito di umanizzazione del mondo e di creazione di autentiche relazioni personali, un modo concreto ed esigente di incarnare l’unico precetto dell’amore e di preparare e prefigurare il regno di Dio. Diventa allora capace di ricostruire luoghi umani e umanizzanti dovunque vive la sua vita: nello studio, nel lavoro, nel tempo libero, nei luoghi dello svago e dell’amicizia; sa inventare modalità nuove di relazione vincendo la comoda fuga nel virtuale; vince la prigionia del presente e ridefinisce la propria identità nel ricupero della memoria; fa della sua vita una storia e non un’accozzaglia di azioni e avventure slegate; assume responsabilità personali e collettive; sa affrontare la solitudine del credente formandosi una coscienza forte nella verità.” (C.E.I. Educare i giovani alla fede 1999)
La presenza dei gruppi ecclesiali nelle realtà territoriali dove la nostra chiesa vive e d opera, deve essere considerata alla luce di un percorso connotato “estroverso”, totalmente orientato al dialogo con altre realtà associative che pur non partecipando la finalità specifica della formazione cristiana, ne condividono la passione per lo sviluppo e l’inserimento integrale della persona nella società, e per il servizio del bene comune, riferimento costante questo, della dottrina sociale della chiesa. Per attendere a queste priorità sopraccitate è necessario passare da una concezione soggettiva della fede a una concezione dialogica. L’esperienza di Dio nei giovani è percepita molto facilmente nella logica dell’amicizia. Dio è l’amico con il quale ci si confida, dal quale ci si sente accolti, di cui si sente la vicinanza come qualche cosa di gratificante, di consolante. Ma questa è una fede intesa come un insieme di convinzioni che io mi sono fatto su Dio e sul senso del mio rapporto con Lui. Ma deve esserci l’altra dimensione “dialogica”, in cui non solo io parlo a Dio ma Dio parla a me, in cui non solo metto davanti a Dio i miei sentimenti o i miei desideri, ma Dio mette davanti a me i suoi desideri e i suoi sentimenti, la sua volontà. Bisogna che io impari ad accettare l’alterità di Dio, Dio come l’Altro (con la “A”maiuscola), che ha fatto irruzione dentro la mia vita, e la mia vita deve imparare a prenderne atto, a tenerne conto, a diventare risposta, dialogo, con una reciprocità che tende a diventare la più intensa e la più profonda possibile.
2.1b Passare da una concezione consumistica della fede a una concezione creativa della fede.
Passare da una concezione consumistica della fede, a una concezione creativa della fede “Concezione consumistica della fede”, vuole dire: considero la fede come un bene di consumo: “Io prendo i biscotti perché mi danno energia, e prendo la fede perché mi consola nei momenti di avvilimento”. Questo non è sbagliato, ma se la fede rimane questo è evidentemente una fede consumistica: “tra i tanti bisogni che io ho per vivere decentemente la mia esistenza ci sono anche dei bisogni religiosi, e allora la fede mi serve per questo”. Torno a dire, va bene, ma questa è una “concezione consumistica”.Passare da una “concezione consumistica” a una “concezione creativa” vuole dire: pensare alla vita come un progetto da realizzare, attraverso l’incontro – o lo scontro o il confronto o la relazione: con tutto quello che mi sta intorno, e con Dio, per cui la relazione con Dio diventa sorgente di pensieri e di sentimenti nuovi, che mi obbliga a confrontarmi e quindi a correggere pensieri o sentimenti miei
2.2 L’evangelizzazione di tutta la realtà Un altro elemento, fortemente caratterizzante il cammino di estroversione dei gruppi ecclesiali, è il richiamo ad una evangelizzazione di tutta la realtà giovanile, dove la totalità va intesa in senso spaziale, ma ancor di più culturale. Si delinea una pastorale giovanile che interessa non solo i luoghi ecclesiali, ma tutti gli ambiti della vita di un giovane, misurandosi anche con gli ambienti e i tempi meno formali: quelli del tempo libero, delle “vite parallele”, della notte. L’attenzione alla totalità si declina anche come impegno a parlare la lingua dei giovani, cioè a ridire nei linguaggi e nelle “tecnologie” tipici delle nuove generazioni il messaggio perenne del Vangelo. La comunità cristiana viene richiamata alla propria costitutiva “estroversione” per darsi una nuova capacità di dialogo, dentro e fuori i propri ambienti, con il mondo giovanile, senza trascurare le realtà più problematiche, marginali o provocatorie.
2.2a L’importanza delle figure educative Un’ultima costante è relativa alle figure educative: la preoccupazione per la formazione dei presbiteri, degli animatori, di nuovi educatori... Figure non più concepite in chiave di “delega”, ma come espressione di un accompagnamento personale offerto dalla comunità ad ogni giovane che lo desideri, in ogni situazione in cui sia necessario. Figure educative nuove, non più legati al gruppo, ma capaci di sostenere un agire pastorale “estroverso”, articolato su luoghi, situazioni, linguaggi e circostanze diverse.
2.2b Un cammino che continua insieme!!!
Siamo convinti che il cammino intrapreso meriti di essere seguitato, anche se chiede di venire sviluppato in rapporto alle sempre nuove sfide che il nostro tempo presenta a chi intenda mettersi a servizio dei giovani e della loro vita. Partire dalla centralità che la comunicazione del Vangelo riveste in quella “conversione pastorale” cui tutta la chiesa è chiamata, in chiave di presenza attiva nel territorio. C’è da dire però che questa presenza attiva, si è ha dovuta misurare con potenti forze centrifughe, mosse da istanze di segno quasi opposto: il “parrocchialismo” e il “movimentiamo”. Una comunità cristiana sbilanciata sulla missione può trovare nuove ragioni e nuove forme di comunione, attorno a progetti e prassi che esigono, per essere efficaci, la collaborazione appassionata di tutti i soggetti ecclesiali. La recente riflessione dell’Episcopato sulla parrocchia, trasportata a livello di pastorale giovanile, mette le basi per sciogliere una ulteriore contraddizione: quella tra una pastorale estroversa e una comunità parrocchiale ancora saldamente strutturata nei propri confini (territoriali e – quel che è peggio - mentali). Solo una parrocchia che si ridisegna in funzione della missione può cessare di percepire come concorrenziale (e quindi iniziare a supportare) una pastorale giovanile che si dispiega al di fuori degli spazi abituali dell’agire ecclesiale. Il desiderio di coinvolgere maggiormente i giovani come soggetti – e non solo destinatari – della pastorale giovanile ha trovato ostacolo in una logica educativa segnata da una consolidata antinomia (a volte declinata come propedeuticità) tra formazione e missione, tra essere e fare, tra spiritualità e impegno di testimonianza. La “conversione pastorale missionaria” sostuisce le antinomia con le complementarità: non può esserci missionarietà se non a partire da una profonda spiritualità; ma non c’è esperienza spirituale autentica che non sia apra naturalmente alla propria autocomunicazione. Formazione e missione, essere e fare, spiritualità e testimonianza di carità, devono camminare di pari passo, nella consapevolezza che la missione è parte integranta di ogni percorso di crescita nella fede. È chiaro che solo in questa prospettiva può realizzarsi l’auspicato protagonismo dei giovani nell’evangelizzazione e nella vita della comunità.
2.2c. Il carattere culturale e prioritario della comunicazione del Vangelo ai giovani Il clima culturale odierno rende faticoso da una parte tenere insieme fede e quotidianità (sul piano dei comportamenti personale, comunitari e sociali), dall’altra tende a negare alla fede ogni evidenza pubblica, cioè il poter incidere nella cultura del territorio. Dal canto loro, i giovani risultano particolarmente vulnerabili perché portati a pensare alla fede come ad un’esperienza che si esaurisce nella solidarietà, oppure come ad un’esperienza sostanzialmente emozionale e spirituale, che fa sempre più a meno della dimensione razionale (e veritativa) e che quindi si qualifica come un momento separato dalla vita, la quale si determina in base ad altre regole e dinamiche. Il rischio è quello di un amore (di una fede) affettivo che non diviene effettivo. In questa cultura che tende a dissociare (etimologicamente “eretica”), gli orientamenti pastorali invitano a parlare di Cristo ai giovani tenendo insieme, con grande sapienza culturale e linguistica, sentimento e ragione, spiritualità ed esercizio della carità, relazione e istituzione, umanità e trascendenza. Tutto questo non si improvvisa, né si sviluppa in tempi brevi. Lo spessore culturale, insieme al carattere prioritario della trasmissione del Vangelo alle nuove generazioni – esigono da parte della Chiesa locali il coraggio di investire persone, tempi e risorse in un processo comunicativo complesso e lungo, com’è di ogni tentativo di incidere a livello culturale.
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